mercoledì 4 dicembre 2013

Quando il tempo cambia.

Quando il tempo cambia.


Si tirò giù dal letto in ritardo come al solito anche se aveva la seconda ora e come al solito lasciò mutande, calzini, camicia sparsi dappertutto, ma per fortuna quello era uno dei due giorni alla settimana in cui arrivava Ida la colf. Salì sulla sua Polo che aveva ormai 10 anni  e che  registrava 190 mila km. Ma con lo stipendio di un professore c'era poco da comprare. Parcheggiò alla bell'e meglio nel piazzale della scuola e si fiondò su per le scale, facendo gli scalini a due a due. Per arrivare al terzo piano c'era l'ascensore.Ma chi lo se lo pigliava quello? Ci aveva provato più volte, ma quando cominciava a salire, chissà perché lo prendeva improvvisamente una paura che gli toglieva il respiro, tanto che l'ultima volta aveva dovuto scendere assolutamente al primo piano e proseguire a piedi. Giunse al corridoio e si piazzò davanti alla porta della quarta B, la sua classe. Diede una sbirciata dentro e vide il solito putiferio. Ragazzi che erano affacciati alla finestra, altri che leggevano la gazzetta, altri attaccati al cellulare. Appena che videro il prof. Boccelli insegnante di economia aziendale, presero posto come razzi ai loro banchi. Fuori stava cambiando il tempo: il cielo era nuvoloso e prometteva pioggia. Brutt'affare. Perché il prof, che era un meteoropatico per eccellenza, sarebbe stato di pessimo umore. E infatti  come prima cosa fece togliere il berretto a un ragazzo e poi all'altro fece togliere gli occhiali da sole. E poi sentenziò "oggi ragazzi facciamo una bella provetta sulle ultime due lezioni". Ci fu il panico in aula. Si alzò Giovanni il capo classe e timidamente disse che non era d'accordo, perché per il tema dovevano essere avvisati prima. Ma il prof Boccelli di tutta risposta: "Chi comanda qui? Io! E allora Giovanni vai all'armadio, prendi i fogli di protocollo e distribuiscili". E lui si portò alla lavagna a scrivere la consegna "I l reddito d' impresa, concetti essenziali..."
Quando gli alunni alla fine dell'ora depositarono i fogli sulla cattedra notò che alcuni erano in bianco. Peggio per loro- pensò- anche se la lui dispiaceva un pò, perchè nonostante la sua burberia, amava molto i suoi ragazzi.  E qui venne il bello. Perché prima di uscire dalla classe doveva scrivere sul tablet -novità assoluta di quell'anno- la lezione svolta e le assenze.Sul primo compito non c'erano problemi, ma sulla seconda andò in panico. Il prof della prima ora si era dimenticato di segnare l'assenza di un ragazzo e adesso come fare? Il tablet era un marchingegno infernale, per lui che odiava la moderna tecnologia. Dunque,la cosa non era molto semplice, perché il programma del tablet non prevedeva l'aggiunta di un'assenza la seconda ora; questa andava scritta alla prima ora, a meno che questo ragazzo non fosse uscito alla fine della prima. Ma non era così. Dunque bisognava  presupporre che il ragazzo in questione fosse arrivato prima della prima ora e poi avesse chiesto di uscire. Era mai possibile? Un vero casino! Così in effetti era giustificata la sua assenza. Ma a questo si aggiungeva anche il fatto che il tablet al terzo piano non riuscisse ad agganciarsi al server, così bisognava fare molti tentativi. Provare ad andare verso la finestra, ma non funzionava, provare ad alzare il tablet verso l'alto -qualche prof saliva addirittura sulla sedia- ma niente da fare... ecco invece dove funzionava perfettamente era sopra il bidone dell'immondizia posizionato sulla scale. E infatti qui, alla fine di ogni ora, convergevano tutti i prof del terzo piano. Maledetta tecnologia!
Se dio volle arrivò anche la sesta ora. Erano esattamente le una e un quarto. Andò in sala prof, prese il suo cappotto e scese le scale. Qui incontro la Righi di diritto, che gli disse, che di quella quarta B lei non ne poteva più. Tutti studiavano poco ed era stufa anche di convocare i loro genitori, perché di venti ne aveva visto solo cinque .E lui replicò che la stessa cosa valeva anche per lui. Uscì nel piazzale e per un attimo pensò di infilarsi in mensa assieme ai colleghi come aveva fatto qualche volta. Ma quella non era proprio la giornata giusta. Odiava quel chiasso, lui preferiva mangiare in un silenzio quasi assoluto. Così si recò in quella pizzeria fuori porta, dove accanto alle pizze, preparavano anche del buon pesce. Oddio non era un granché, ma un branzino alla griglia lo sapevano cucinare decentemente. E poi non è che spendesse una cifra, perché la scuola gli forniva un buono da 12 euro, il resto ce l'avrebbe messo lui. Quel giorno si bevette anche due bicchieri di Lugana.Tanto il pomeriggio non aveva impegni scolastici, anche se gli fosse venuto un po' di mal di testa, non c'era da preoccuparsi. Tornò a casa e si accorse che Ida era passata. La casa era in perfetto ordine e, dulcis in fundo, trovò un biglietto che lo avvisava che in frigorifero c'era un contenitore con dentro delle triglie ai capperi, cucinate da lei. La sua grande passione! E meno male. Perché quella giornata lui era di luna storta e sarebbe finita che per cena si sarebbe trangugiato un bel barattolo di olive nere e caciocavallo -prelibatezze che gli spediva regolarmente sua cugina sposata a un palermitano-. Si buttò sul divano, pronto per fare una bella pennichella. Ma squillò il telefono. Aveva quasi voglia di non rispondere ma poi alzò la cornetta in automatico. E chi era? Flora, la sua morosa di sempre, che lo avvisava che il venerdì sarebbe giunta da lui, su a Riva,  anche se aveva  poca voglia di sciropparsi quattro ore di treno visto che lei abitava a Torino. Come fare a dirle di no? Dirle che proprio quel weekend lui doveva mettere giù i voti del primo quadrimestre e per di più registrarli su quel famigerato attrezzo che era il tablet? Ma erano due mesi che non si vedevano. E così le rispose un po' bugiardamente. "Ti aspetto, cucciolo, ma mi devi promettere che mi darai una mano a gestire quella macchina infernale, tu che sei una tecnologica". 
E  così avvenne.



venerdì 1 novembre 2013

"El Furbo".


"El Furbo".

Arrivò-pare venisse da Ponte Arche - col suo calesse tirato da due cavalli bianchi fino davanti alla chiesa e scese facendo un piccolo salto... Era vestito tutto di nero: pastrano nero con due code lunghe dietro, calzoni stretti neri, guanti  neri, scarpe a punta nere, e in testa un cappello nero, pur esso a punta. Era un uomo alto e magrissimo e così agghindato sembrava lo spettro di un corvo. Quando arrivava"  El Furbo"-così veniva chiamato dalla gente -... brutto segno: tutti si chiudevano in casa. Avevano paura di lui perché, si diceva, possedesse i poteri del diavolo. Questa volta era stato chiamato dalla madre di Natalina. Ad agili balzi, quasi danzando, percorse tutta la salita fino al borgo di Canale. Entrò in casa dove lo stavano aspettando. Si fece dare una lettera di Alfredo, la buttò nel fuoco, e...tra le fiamme si vide comparire un'immagine... un soldato che camminava a fatica nella neve..."Ecco - sentenziò - suo fratello è ancora vivo".. Natalina se la ricordava bene questa storia, sua madre gliela aveva raccontata tante volte, tante volte...
Natalina scese i gradini della chiesa  e cominciò a prendere la direzione di casa. Nonostante l'età, il suo passo era ancora svelto.Prese come al solito il sentiero acciottolato accanto alla strada maestra.Quella era asfaltata e lei odiava camminare sul liscio.Oltrepassò la fontana alta,dove da sposa andava a lavare i panni, oltrepassò anche quella bassa, dove da ragazza aveva visto andare ad abbeverarsi le capre, oltrepassò l'arco di pietra, proseguendo per la via  davanti a quelle porte restaurate, che una volta contenevano  stalle e ora tavoli e panche, via, che adesso andava restringendosi per poi allagarsi sulla piccola piazza del borgo medievale, contornata tutta da case con finestre e finestrelle e balconi in legno................Non incontrò come al solito anima viva.Sì perché nel borgo Canale di Tenno non ci abitava quasi più nessuno.Lei  aveva novantun'anni e da lì non aveva proprio voluto muoversi, quando la provincia le aveva offerto una casa Fanfani all'inizio del paese..Lì era nata, lì aveva vissuto da sposata, ed ora  ci rimaneva da nonna, anzi da bisnonna.Le case, fatte di sasso erano state tutte ristrutturate, alcune vendute a gente inglese e tedesca, altre abitate solo d'estate da qualcuno dei vecchi proprietari che voleva stare al fresco. Il borgo si animava e prendeva vita solo le prime due settimane d'agosto, perché la Pro Loco organizzava une serie di cene con menù medievale, cene frequentatissime da centinaia di persone. E allora venivano aperte le stanze di tutte le case e su ogni finestra venivano accese candele bianche... e sulla piazzetta veniva eretto un palco dove si alternavano giocolieri, funamboli,mangiatori di fuoco o narratori di storie...
La casa di Natalina era  fra le più in alto, e quando arrivò al portone tirò un sospiro di sollievo:  anche quel giorno era riuscita ad andare a messa. Si tolse il cappotto, si mise sulle spalle uno scialle di lana,  accese il fuoco nel camino, e prese posto sulla sua vecchia poltrona - era sfondata e il suo rivestimento aveva i buchi, ma guai a proporle di sostituirla con una nuova, perché su quella era solito sedersi suo marito-. Le ossa cominciavano a scaldarsi - aveva poca ciccia addosso - e lei si godeva  profondamente quel tepore...e poi le piaceva molto guardare il fuoco..
Fu allora che, guardando quel fuoco, chissà perché le tornò alla mente una storia raccontatale da sua madre tanti anni prima.
Era scoppiata la guerra contro la Germania - anno millenovecentoquindici - ed era partito per il fronte anche suo zio Alfredo, vent'anni. Sue notizie erano solite arrivare ogni due mesi tramite lettera, ma quando nel diciassette di mesi ne passarono sei, sua madre cominciò a preoccuparsi per la sorte del fratello...
E chiamò "El Furbo".


NB: "El Furbo " è una persona che è esistita realmente ed è vero anche il fatto raccontato.



domenica 27 ottobre 2013

Terzo gradino di Trinità dei Monti.


Era la donna più grassa e più golosa che avessi mai visto.Era seduta a un tavolino con sopra mezza  torta Sacher e  un boccale di birra .La vidi stralunare gli occhi prima di incominciare ad affondare la forchetta nel dolce,ma poi la sua ansia si placò.E incominciò a mangiare.Portava la forchetta alla bocca con molta calma,introduceva il boccone che poi assaporava pia piano prima di deglutirlo.E a ogni forchettata si guardava in giro per vedere se qualcuno la stava guardando.Rassicurata impiantava la forchetta un’altra volta,facendo la stessa pantomima di prima.Dopo tre bocconi, brancò il bicchiere e cominciò a bere…sembrava sorseggiasse il nettare degli dei,perchè  ogni sorso era seguito da una smorfia di compiacimento…Era però una donna educata,perché ogni tanto si tamponava la bocca con un fazzoletto rosso che tirava fuori da una borsa verde grande come una valigia.Solo che pulendosi si tirava il rossetto violaceo quasi fino alle orecchie facendola assomigliare a un pagliaccio triste.E avanti con un altro boccone.E ancora avanti con un altro boccone. E poi giù birra.Giù birra.Riuscì a trangugiare  la mezza torta di cioccolato in 35 minuti.Io ero stravolta..non potevo credere ai miei occhi. Misi a fuoco l’intera immagine…era una donna che poteva avere forse cinquantanni,coperta da un vestitone nero lungo fino alle caviglie,portava sandali marron con la zeppa,tanti monili al braccio e una collana d’ambra al collo.I capelli erano ricciuti  e biondicci. Alle orecchie due pindoli che le scendevano quasi fino al collo.Sotto il tavolo stava mollemente dormendo un cucciolo,pure lui cicciuto, di  Cavalier King,il cui guinzaglio era stato agganciato allo schienale della sedia.Io ero seduta sul terzo gradino della Trinità dei Monti,e il bar Aureliano era proprio a dieci metri da me.Io mi ero appena comprata un cartoccio di castagne dal Caldarrostaio di angolo di Via Condotti,e le stavo scartocciando una a una,e a un tratto fui attratta da questa grande massa di colori  : violaverderossonero…Mi piaceva stare in quel posto perché da lì potevo controllare tutto il passeggio.Tutte donne dannatamente eleganti,con tacchi dannatamente  alti,con in mano dannatissimi sacchetti e sacchettini provenienti dai negozi di Via Frattina o Via Borgognona o Via Chissaquale.. A un certo punto vennero  a sedersi vicino a me due uomini distinti.Si davano delle gran pacche sulle spalle e se la ridevano di gusto.Misi ancora a fuoco  l’intera immagine e mi accorsi subito di una cosa: uno dei due era realmente elegante,calzoni di velluto,giacca grigia,camicia botton down  azzurra e cravatta,ai piedi scarpe Church, ma  l‘altro era un finto elegante..Una giacca blu con quattro bottoni dorati,con le maniche che gli arrivavano a metà mano,dei calzoni grigi piuttosto sgualciti,camicia a righe nere e mocassini marron grandi almeno di due numeri in più.Non riuscii a sentire quello che si dicevano,perché il rumore della gente copriva le loro parole.Però le ultime riuscii a coglierle: “Mi dispiace Edoardo ma io in tasca adesso non ho mille euro da prestarti.Tutto quello che ho,sono trecento euro.Ecco prendi ,ma questi non li voglio indietro,te li regalo.Sono stato contento di rivederti dopo venticinque anni.Eh,bei tempi quelli dell’università.Ciao Edo.Abbi cura di te.”E vidi alzarsi quest’uomo e andarsene via con una faccia da cane disperato…. E la signora in nero alzarsi dal tavolino con una faccia da donna compiaciuta e soddisfatta…
 Ed io scesi da quel terzo gradino , mi infilai al Caffè Greco e mi affogai in una cioccolata calda…era venuta voglia di dolce anche a me…che fosse  Gioia ?  Tristezza ?


PS : Questa è una storia inventata.

                                                  

sabato 21 settembre 2013

Via San Giacomo numero ventuno : il dottore degli uccelli.

Via  San Giacomo numero ventuno : il dottore degli uccelli.


 Assieme alla mia amica Simonetta mi recai prima al Poli a comprare sacchettini e scatolette di mangime per uccelli. Parcheggiammo in Via S.Giacomo numero ventuno davanti al cancelletto di legno che era semiaperto.Salimmo la scala esterna ed entrammo senza suonare-come mi aveva raccomandato Ale-
Ci venne incontro proprio lui, il "dottore degli uccelli",ma lui questa volta disse " venite con me ",vi faccio vedere i miei "pazienti". Lo seguimmo fino all'ultimo piano e aperta quella porta..........ci trovammo dentro un mondo che non avevamo mai visto nè immaginato : stavano svolazzando liberi, sopra le nostre teste, almeno un decina di uccellini...e badate bene nel soffitto c'era un lucernario aperto da cui avrebbero potuto tranquillamente uscire... Marco ci spiegò che quelli dopo essere stati curati,avevano scelto di rimanere lì con lui.! Infatti prese in mano una tortora e la mise sopra la mia spalla.Questa non si mosse, anzi avvicinò il becco vicino alla mia guancia come volesse darmi un bacino. Lei è "Fortunata" e le ho dato questo nome perchè era finita dentro una campana che suonava e si è salvata per miracolo.Poi prese al volo una rondinella che posò sulla spalla di Simonetta.Questa è "Veronesa" chiamata così perchè me l'hanno portata  da Verona,poi prese nelle sue mani Cip e Ciop  due canarini.....Quindi da una gabbia tonda usci fuori-naturalmente la porticina era aperta-un pappagallo dalle ali verdi rosse e gialle.Era Billy che alla vista del suo padrone incominciò a gracchiare " fame,fame " e Marco:"Porta pazienza vengo subito". Io e Simonetta eravamo dolcemente stravolte...non avevamo mai visto una cosa del genere. Poi osservammo il resto della stanza,che era una grande mansarda  dotata appunto di una vasistas che serviva a dar fresco  e da cui Marco avrebbe fatto uscire a prendere i il volo gli uccellini guariti. In mezzo a tutti quei ventilatori che andavano ai cento all'ora-era agosto e le mansarde sono particolarmente calde-mettemmo a fuoco quello spazio : c'erano gabbie piccole e grandi dappertutto,con dentro appunto gli ospiti da curare.A quelli più piccoli o più deboli dava il mangime ogni due ore...quindi stava appresso loro anche di notte ! E questo "lavoro" lui lo faceva da sempre : a partime quando lavorava in cartiera..e a tempo pieno da quando era in pensione.Lui aveva sempre accettato tutti gli uccellini che gli portavano ed era riuscito a guarirne tanti...poi finita la degenza, li metteva sulla finestrella affinchè prendessero il volo.In questa sua missione era però aiutato da Nina sua moglie,a cui prima di sposarla aveva detto: "ricordati che se prendi me, devi prendere anche  i miei uccellini"..Anzi se scendevamo al piano di sotto ce l'avrebbe presentata.Eccola qua -mi dissi-la donnina piccola piccola col sorriso grande di cui mi aveva parlato Ale.Le stringemmo la mano e le dicemmo ciao.E qui notammo che lei non  rispondeva ma ci fece un cenno con gli occhi. "Non può sentirvi- disse Marco- perchè Nina è sordomuta !" L'abbracciammo forte e lei ci fece capire che voleva farci vedere qualcosa di speciale...Intanto aveva messo su la moca ,,, Marco entrò nella stanza da letto e ne uscì  con un pappagallino blu e verde sulla spalla.... Sua moglie aveva versato la bevanda in una tazza alta .Lui pose Cochi-questo era il suo nome-sul tavolo e.lui....col becco,come sua abitudine giornaliera, si mise  a sorseggiare il suo caffè.....Ci mostrò poi il premio che quest'anno gli aveva consegnato il Comune di Riva: una grande targa d'argento con sopra scritto " A un grande amico della terra : Marco Rigatti ".Si era fatta l'ora di cena e infatti Nina stava apparecchiando la tavola.Io e Simonetta stringemmo al petto tutti e due..".A proposito -gli dissi- ero venuta per sapere come sta Chiodo.!"(un piccolo anatroccolo appena nato che Ale aveva trovato fradicio e tremante sulla spiaggia dentro una scarpa di un surfista )   "Tutto a posto "-mi rispose-"Stamattina l'ho portato al lago e lui ha preso subito  il largo...!"

PS :Questa è una storia vera.Perciò se anche voi avete un uccellino da curare,portatelo in via sangiacomo numero ventuno.Lì troverete il "dottor Gianni"che se ne prenderà cura.

lunedì 16 settembre 2013

Martino.Il bambino segnatempo.

Martino.Il bambino segnatempo.

Era il primo giorno di scuola di tanti anni fa.E come tutti i primi giorni di scuola  gli alunni erano convocati nell'aula magna.Lì,il preside dava il via all'anno scolastico facendo il solito logorroico noiosissimo discorso che concludeva facendo gli auguri a tutti i presenti di un buon inizio di scuola.Poi invitava le classi seconde e  terze di   mettersi in fila e accompagnate dall'insegnante salire ai piani ed entrare nelle loro aule.Per le prime invece la faccenda era diversa : leggeva ad alta voce il nome e cognome di ogni ragazzo che avrebbe formato la prima A,poi di seguito  i nomi di quelli della prima B,e quindi i nomi della prima C e quindi quelli della prima D. A me toccava quest'ultima.Gli alunni si spostarono perciò sul corridoio,composero alla bel e meglio una fila strampalata,e mi seguirono fino al secondo piano.L'aula era dislocata proprio alla fine di quest'ultimo già con la porta aperta.E qui cominciò il putiferio.Si accalcarono tutti sull'entrata entrando di corsa  spingendosi per accapararsi-naturalmente-gli ultimi posti !.Ai meno svelti toccarono per forza i banchi davanti.Notai subito il biondino con gli occhi azzurri : lui,pur entrando tra i primi si era piazzato in prima fila,accanto alla finestra.Nei giorni seguenti feci ovviamente io gli spostamenti.Invitai a venire davanti alla cattedra i più irrequieti o i molto distratti .Lasciai però Martino-questo era il suo nome-nel posto che si era scelto : era un bambino tranquillo che non dava problemi.O meglio un problema serio l'aveva : invece di guardare in avanti con il viso verso l'insegnante,stava sempre girato a destra verso la finestra.E a niente servivano i nostri richiami,E dico nostri perchè si comportava così anche con tutti i miei colleghi.Passarono due mesi e la situazione non cambiava.: i suoi occhi erano puntati sempre verso la finestra.Osservando bene notai anche che quando c'era il vento lui dondolava il capo come si cullasse seguendo il movimento delle foglie del pioppo che stava in giardino,albero i cui rami arrivavano fino davanti alla famosa finestra.
Un giorno ,durante la pausa delle dieci,mi si avvicinò Raffaele,il suo compagno di banco : mi disse che Martino era un mago : indovinava sempre le previsioni del tempo del giorno dopo.Lì per lì non diedi molto peso alla cosa,ma quando vidi che alla fine di ogni mattina molti ragazzi della classe andavano a chiedergli che tempo avrebbe fatto il giorno dopo,mi incuriosii.E cominciai a interrogarlo anch'io." Martino che tempo farà domani ?"E lui puntuale ."Ci sarà il sole fin verso le quattro ma poi dopo incomicerà a piovere ". My God ! non ne sbagliava una ! E così Martino diventò il " segnatempo" della scuola.Tutti -alunni e insegnanti compresi- ad andare a chiedergli le previsioni del tempo.
Giunsero le udienze ed io fui molto felice di conoscere sua madre : era una donna dolcissima ,anche se molto decisa .Le esposi la situazione scolastica del figlio: i voti in tutte le mie materie erano discreti. Non mi piaceva invece il suo atteggiamento in classe : seppur attento alle lezioni-nel senso che se lo invitavo a ripetere quello che avevo spiegato era più che preparato- stava sempre a guardare fuori dalla finestra.E poi c'era la storia delle previsioni del tempo...di questa sua dote ne parlavano ormai  tutti.
La signora mi diede subito la spiegazione.. Martino era un bimbo bielorusso che lei aveva adottato otto anni prima-lui adesso ne aveva undici -.Era andato a prenderselo lei in quell' orfanatrofio,e tra  le duecento creature stipate in quell' istituto aveva scelto proprio lui,quel bambinetto esile dagli occhi azzurri che alla sua vista si era nascosto dietro a una tenda.Certo che guardava sempre fuori dalla finestra! Nel collegio-se si può chiamare così -tutti i piccoli vivevano all'interno di un box -,quattro in ognuno di essi-fatto di legno con le sponde abbastanza alte.Le " badanti " erano solo una decina e quindi avevano risolto il problema del controllo dei piccoli sistemandoli in quel modo.Naturalmente i box erano ampi e dentro c'erano pure i giocattoli....E quello di Martino era proprio posizionato davanti a una finestra : il suo unico contatto col mondo esterno era rappresentato dunque solo da quel pezzettino di cielo che lui vedeva attraverso i vetri.E  davanti alla finestra c'era proprio un albero....Certo che lui riusciva a prevedere il tempo...quel cielo lui l'aveva osservato proprio bene e probabilmente dentro di lui aveva anche imparato a sentire  i mutamenti del tempo........Mi emozionai. Non potevo credere a questa storia..Ecco qual'era il dolce-amaro segreto di Martino !

PS: Ora Martino è diventato grande. :Lavora nella falegnameria di suo padre.Ha anche una morosa.E non guarda più fuori dalla finestra.Ma riguardo alle previsioni del tempo qualche volta ci azzecca.Solo qualche volta però.
NB:Questa è una storia vera.

lunedì 24 giugno 2013

Il mondo delle api. E di mia madre.

Il mondo delle api. E di mia madre.
Dunque... vediamo da dove incominciare ...devo  pescare nei cassetti della memoria...Un'arnia,ovvero una casetta delle api,contiene di solito 60/70.000 api.Ognuna di esse ha un ruolo,ovvero una mansione.Ci sono le api pulitrici,o spazzine,che hanno appunto il compito di tenere pulito l'interno della casa,sopratutto le celle dove verranno depositate le uova dalla regina (la quale ,dopo aver ben ispezionato potrebbe anche rifiutarsi di ovideporre !) Ci sono le api nutrici,che hanno la mansione di nutrire la covata con nettare,polline e pappa reale.Seguono  le api magazziniere che hanno il  ruolo di aiutare a scaricare dalle zampette delle api bottinatrici il polline che portano man mano nell'alveare e di stivarlo nelle celle,le api  guardiane che hanno il compito di stare sulla "porta " per  controllare se le api che entrano appartengano proprio a quella famiglia-lo sentono dall'odore-viceversa pungeranno l'intruso,le api esploratrici che volando lontano dall'arnia riescono a localizzare le risorse di polline passando poi l'informazione alle api bottinatrici -quest'ultime possono arrivare a trasportare addirittura fino all'85 % del loro peso.Mi dimenticavo : il controllo della temperatura dell'arnia è una della mansioni più importanti. : quando la temperatura è bassa ,un gruppo di api si appresta a generare calore,e quando è alta,alcune api ventilano con le lo loro ali per far circolare l'aria .,perchè la covata richiede una temperatura costante di 35 gradi.E quanto vivono queste creaturine che appartengono  al mondo delle api operaie che cominciano a lavorare da quando larve diventano api ? Ve lo dico subito: vivono esattamente 63 giorni :21 sotto forma di larve ,21 giorni come api  "di casa" e 21 come api di  campo.Nel senso che prima di diventare bottinatrici devono aver svolto all'interno tutti gli altri compiti.Altra cosa importante : quali sono gli "strumenti " di cui è dotata un'ape per bottinare ? sotto le zampette ha due sacche che servono per raccogliere il polline dei petali di un fiore mentre  il muso possiede una piccola proboscide,chiamata ligula,con cui succhia il nettare-la parte liquida - dello stesso fiore.
 Diverso è invece il modo di vivere dell'ape regina.Innanzitutto le sue dimensioni sono diverse dalle quelle comuni : ha un addome allungato,perchè in effetti  lei è stata cresciuta in una cella appunto allungata,cioè una cella reale.,ed è nutrita esclusivamente  con pappa reale  al fine di renderla sessualmente matura.Ma di api regine,ogni colonia ne fa crescere almeno cinque o sei. Queste,giunte alla giusta crescita,faranno un "guerra" tra loro,e la vincitrice,cioè la più forte,avrà il diritto di fare il  volo nuziale par accoppiarsi col fuco che riuscirà a volare più in alto.Una regina può vivere al massimo 3 anni ,perchè poi la sua funzione di deporre si indebolirà o verrà meno.  Quindi la sua sostituzione.sarà  ovvia , o per mano delle sue api che la uccideranno saltandole addosso in gran numero fino a soffocarla,dando così spazio alla nuova regina,oppure quella vecchia deciderà di andarsene molto prima sciamando,cioè allontanandosi dalla sua colonia,portandosi dietro un gran numero di fedelissime.Succederà così che la vecchia famiglia si divida in due:La vecchia e la nuova.E gli apicoltori,dopo aver localizzato il luogo dello sciame,e averlo affumicato con l'apposito affumicatoio,in modo tale che tutte le api  " si rinbanbiscano", possono optare per due soluzioni : o individuare la vecchia regina,e ucciderla,riportando  le vecchie api-che di solito si sono posizionate a grappolo-nella casa vecchia casa. , oppure lasciare viva la vecchia regina e offrire a lei e al suo seguito una nuova casa,cioè una nuova arnia.-questo ovviamente per perpetuare la specie.E chi sono i fuchi ? Sono i maschi delle api.Essi nascono da uova non fecondate dall'ape regina.Il loro corpo è grosso e coperto di peli e non possiedono pungiglione nè fibula..All'interno della famiglia collaborano all'allevamento delle larve,scaldando la covata ,,ma la loro funzione essenziale è appunto quello di fecondare la regina.
Ecco : queste sono le cose che ho imparato da mia madre,( a dir la verità sono andata a cuccare nel suo manuale che tengo gelosamente custodito) che trasferitasi ad abitare in una casa sua con bel pezzo di giardino-era l'anno 57-pensò di "metter su "un allevamento di api,cioè diventare appunto apicoltrice.Lo spazio adatto a a tale  scopo fu individuato nel terreno a nord della casa,in modo tale che le sue creature non venissero disturbate da nessuno e viceversa che nessuno si potesse mettere in pericolo con la puntura di un'ape.: in pratica bisognava girare al largo !
Cominciò con due arnie,poi con quattro poi con sei fino ad arrivare a otto.Ognuna di queste era stata dipinta con un colore diverso,giallo,azzurro,verde,rosso,bianco...perchè secondo lei le inquiline avrebbero individuato meglio la loro casa !  E queste non solo ricoscevano la casa ma riconoscevano pure la padrona ! Perchè ,- e qui non dico bugie-mia madre ha lavorato dietro alle api indossando solo la maschera reticolata  senza  guanti,e non è stata mai,dico mai,punta da un'ape : loro distinguevano il suo odore.! Mentre mio padre,bastava si avvicinasse alla postazione che subito si trovava con una nuvola di api addosso-ma lui era ben bardato : tuta da metalmeccanico di tela grossa,guanti e cappello reticolato-.
Mia madre amava molto le sue creature.Mi ricordo che in primavera,se faceva ancora freddo,le prime api che si avventuravano fuori dall'arnia-perchè in inverno non si muovono dalla casa-spesso cadevano a terra tramortite ,in pratica congelate.Lei prendeva un cestino,le raccoglieva una a una e le portava nella stanza-guardaroba -la meno frequentata dal resto della famiglia-del suo appartamento.Posava il cestino vicino al termosifone e apriva metà finestra : ebbene queste in poco tempo "risuscitavano" e prendevano il volo uscendo appunto dalla finestra.Il miele che otto arnie producevano era tanto,e quindi quando arrivava il momento-dopo aver  controllato- scoperchiando l'arnia,-se i telai erano saturi di miele,bisognava procedere alla "smielatura".Questo era l'unica occasione in cui anche noi figlie-io e mia sorella-potevano prendere parte alla missione-api.La cantina-molto grande che dava direttamente sulla parte posteriore del giardino-diventava per qualche giorno un laboratorio.Veniva messo in campo lo smielatore,un marchingegno che funzionava così : era una grande vasca di zinco rotonda appoggiata in obliquo, con all'interno un attrezzo su cui si agganciavano quattro telai alla volta,colmi di miele.Quest'ultimo era collegato a una grossa manovella,e girando questa si muovevano velocemente anche i telai,che per la forza centrifuga,facevano uscire tutto il loro contenuto contro le pareti della vasca.Questa era munita di un pisciatoio,da cui sgorgava appunto il miele,e sotto di esso mettevamo per raccoglierlo, un secchio alla volta. Questo veniva poi filtrato-perchè nell'operazione,dai telai si staccavano spesso dei pezzi di cera -e deposto nei vasi di vetro-da mezzo kilo o da un kilo-.Ecco.Le cose che a noi due bambine-di 8 e 10 anni-veniva concesso erano tre : girare la manovella-e bisognava farlo con grande forza- raccoglierlo con mestoli appositi (dopo che era stato filtrato) e metterlo nei vasetti ,(  la sera eravamo impiastricciate di miele fino ai capelli! ) e poi attaccare sopra a ognuno l'etichetta "Miele di primavera" o "Miele d'autunno" a seconda dei casi.(La scrittura era delegata a mio padre che aveva una grafia molto elegante).E quale era la differenza tra i due ? Il primo era di un bel giallino ambrato e veniva "creato "coi fiori appunto della primavera tipo acacia, il secondo marron scuro,"creato" invece coi fiori della tarda estate,tipo castagno.(di tutti questi vasetti,alcuni rimanevano a noi o costituivano il regalo di Natale per i nostri amici,il resto veniva venduto a un negozio di specialità trentine ).
 E dove andavano a prenderlo questo polline se noi abitavamo in città ? Le creaturine volavano fino ai boschi circostanti,posizionati sui 700 mt,boschi lontani da noi,in linea d'aria,almeno 5/6 km.Pensate:Un volo che durava un'ora per andare a riempirsi le zampette di polline,entrare nell'arnia,depositarlo e poi via di nuovo ! Una follia ! Ma si sa che ogni animale nasce con un istinto preciso nel suo dna. A tale proposito voglio raccontarvi un 'esperimento escogitato da mia madre e dai suoi amici-colleghi apicoltori  per scoprire quanti giri al giorno riusciva a a compiere un'ape,per andare a bottinare il polline dei castagni del bosco sito in zona san Pietro (sopra al lago di Tenno),zona lontana da noi sempre in linea d'aria,almeno 7 Km.Vennero"affumicate" circa 200 api,che come ho già detto,dopo quest'operazione diventano innocue ,in pratica sembrano quasi morte per cinque minuti. Depositate su un lenzuolo steso in giardino,e poi prese in mano una a una per dipingere  con un pennello piccolissimo, intinto in un colore ad acqua,sulle loro ali un cerchiettino azzurro.-intervento eseguito naturalmente dalle mani di apicoltori esperti- ( ci provai anch'io ma presi una bella sberla sulle mani  e fui allontanata : avevo colorato un'ape di blu interamente,in pratica l'avevo annegata ! ).Riavutesi-si può dire così ?-questi insetti prendevano il volo verso nord in direzione appunto di S.Pietro.Qui si era collocata una postazione di altri apicoltori,che segnavano l'arrivo delle api contrassegnate dal bollino azzurro.Arrivavano,bottinavano e partivano...arrivavano bottinavano e partivano...Dunque si scoprì che la stessa ape in un giorno era riuscita a fare ben 5 giri fino lassù,in pratica in un giorno si era spupazzata 70 Km .(non chiedetemi come si faceva a capire che l'ape appena giunta era quella che era arrivata due ore prima...non lo so e non lo saprò mai !
E fu dopo questo esperimento che mia madre ebbe una folgorazione ! Perchè,in estate, non trasferire direttamente in S:Pietro, le arnie ? Le api si sarebbero affaticate di meno ! Detto fatto. ! Fu preso un camioncino in affitto,chiuse le porte d'entrata delle arnie con degli stracci,caricate le casette e via verso S.Pietro. Aveva ricevuto il permesso di posizionarle in un campo di un contadino che conosceva.E qui le sue api bottinarono a piene mani,cioè a piene zampe.! I Il miele di quell'anno risultò succulento !! Questo trasloco estivo durò qualche anno fino a che quel prato venne venduto.Però mi ricordo di un trasferimento particolare. .E quella volta fu terribile.Perchè il signor Franco che era appunto alla guida del camioncino,arrivato sull'ultima curva verso il paese di Tenno, trovandosi davanti un grande sasso che era caduto dal bordo della strada,diede una frenata violenta : così un'arnia andò a sbattere contro un'altra facendo fuoriuscire da una casetta lo straccio....le api uscirono immediatamente svolazzando impazzite per tutto l'interno...il signor Franco bloccò la macchina lì dov'era e scese immediatamente urlando furibondo seguito da una nuvola di api  Era terrorizzato: aveva api addosso dappertutto.Per fortuna intervennero subito i padroni del bar " Alla Croce" che lo portarono al pronto soccorso.E per far sì che l'auto potesse essere spostata dalla strada furono chiamati i pompieri di Riva,che ben bardati ,introducendo fumo a manetta nell'abitacolo,"rincoglionirono "tutte le api,che poterono proseguire tranquille il loro viaggio verso il bosco dei castagni.
Questa sana passione di mia madre durò per almeno 25 anni,fino a che nel grande campo confinante a nord col nostro giardino,prima coltivato a pesche,dove i nostri insetti andavano a fare tranquillamente man bassa, venne costruito un albergo.Non era più il caso di tenere le api,che avrebbero senz'altro potuto costituire un pericolo per i clienti.  .Così cedette tutte le sue casette colorate,api comprese, all'amico "aiutante di  seconda" Romano che abitava proprio al lago di Tenno,.delle quali adesso si occupa con altrettanta dedizione la figlia Flavia.
Mia madre non volle più parlare di api-di cui aveva sempre molta nostalgia-ma una volta fece un'eccezione:
venne a raccontare a scuola la Storia delle api ai miei ragazzi,che mai vidi così attenti come in quell'ora.

PS: dedico questo pezzo a Tosca,Nathy e Richy  i nipoti di Bruna che mi ha chiesto di scrivere qualcosa da leggere loro prima di andare a letto.








lunedì 10 giugno 2013

I casi del destino........

I casi del destino........
Due anni fa organizzammo un viaggio in compagnia di una coppia di amici inglesi-che naturalmente conoscevano un pò d'italiano- a Roma,città che loro non avevano mai visto (mentre io in sei gite scolastiche l'avevo quasi imparata a memoria) .Dove andare ad alloggiare ? Loro volevano stare in zona Vaticano.Mi venne in mente che potevo chiedere indicazioni a Bianchini,mio collega di scuola,insegnante di storia dell'arte,che  era colui che di solito ci accompagnava  a Roma. Mi suggerì di telefonare a un  B&B proprio in zona S.Pietro.Si chiamava Dietro le Mura del Vaticano ed era gestito dalle Piccole Suore della Sacra Famiglia.Chiamai : mi rispose la Superiora in persona,certa S. Gianlaura,.La prenotazione era di cinque giorni a partire da Santo Stefano e mi disse che in quel momento di stanze libere ce n'era una sola,di ritelefonare il giorno successivo.Gli dissi il mio nome e cognome e cioè Flavia Fioriolli. Seguì un momento di silenzio...e poi mi disse :" ma Flavia di Riva del Garda ?"
Rimasi ammutolita : che fosse una veggente? Risposi di sì.Ma come faceva a saperlo?.Si mise a ridere. "Ma tu non sai con chi stai parlando ". "Certo che no"."Ma tu non sei stata in collegio   -il Seghetti per la precisione-a Verona a fare le superiori ?" "Sì e allora ?" "E come si chiamava la tua insegnate di lettere?" "Suor Gianlaura ". "Ebbene sono io!".Non ci potevo credere. Questa suora si ricordava di me Ed erano passati  48 anni.Vi rendete conto 48 anni ! "E poi l'anno successivo venne pure tua sorella Licia."Pure  di mia sorella si ricordava ..(potenza della memoria umana ! ).Ma se è per quello mi ricordavo anch'io qualcosa: della prova di latino in cui avevo preso tre,dicasi tre,perchè avevo passato il tema a due compagne di classe.Così venne fuori anche la seconda stanza,perchè avrebbe trasferito una coppia nella pensione delle Suore Spagnole lì vicino. Questo comunque era un  vero caso del destino ! Andare a Roma,cercare un B&B e beccare come direttrice dell'alloggio una mia vecchia insegnante ! Roba da pazzi !
Giungemmo a Roma il 26 dicembre  verso sera,come previsto.Appena entrata dalla porta,mi venne incontro proprio lei: una suorina di 45 Kili ,perfettamente uguale a come l'avevo conosciuta io nel 65.Mi emozionai e l'alzai in alto con le braccia,cosa che la spaventò un poco.Ci sistemò nelle stanze,erano spartane ma accoglienti.Dalla mia camera potevo vedere il cupolone e le finestre posteriori dell'appartamento del papa.
La  meta  del nostro primo giorno erano i musei Vaticani .Uscimmo dal cancello che erano le nove e  davanti ai nostri occhi comparve una visione furibonda :c'erano più di 1000 persone,tutte composte in una fila ordinata e silenziosa che aspettavano di accedere alla biglietteria.Tornai indietro subito come un razzo e andai a cercare S Gianlaura.Lei poteva aiutarci ? "Aspettatemi,prendo il mantello".Attraversammo la strada e ci accorgemmo che con la mano fece uno strano cenno all'uomo in divisa blu che stava all'ingresso.Ci avvicinammo alla passerella : lei fece tre bussi a una porticina posta accanto a quella principale: ci aperse una signora pure lei in divisa blu."Seguitemi".Ci trovavamo proprio davanti alla biglietteria. !.I nostri amici inglesi erano fuori di testa : mai e poi mai sarebbe potuta accadere una cosa del genere al loro paese (erano anche un pò seccati !).La visita durò parecchie ore,ed io alla fine ero esausta: non ne potevo più di quei "Beautiful"!" e "Wonderful"! Ci spostammo poi nella Chiesa di S Pietro,e salimmo anche sul loggione superiore esterno.Era già tardi ,ma vedere Castel sant'Angelo tutto illuminato di sera era una cosa che sapeva di magia. .Il mattino successivo ci sciroppammo Piazza Navona,il Pantheon,la Fontana di Trevi-,dove ovviamente ognuno di noi buttò una monetina con le spalle girate,-Piazza della Repubblica,la Basilica di Santa Maria degli Angeli,piazza Venezia ,l' Altare della Patria.Il pomeriggio altro tour de force: il Campidoglio,i Fori Romani in cui i nostri amici scattarono un milione di foto,il Colosseo,la chiesa di s.Giovanni  in Laterano,e dulcis in fundo ci portammo fino alle Terme di Caracalla.Eravamo stravolti , anzi stravoltissimi :avevamo camminato per circa sette ore ! Ma ci aspettava una luculliana cenetta.Io e mio marito quando siamo a Roma non possiamo non andare al ristorante  "Al matriciano",situato proprio in  zona Vaticano,dove si possono mangiare  le specialità romane: carciofi alla Giudia,e un abbacchio al forno coi controfiocchi.Avevamo prenotato lì e avevamo invitato anche s.Gianlaura,che dopo aver chiesto mille permessi-anche se era una superiora-acconsentì.Prendemmo posto,mangiammo e ridemmo di gusto.  Eravamo arrivati al dolce-panna cotta  con frutti di bosco per tutti-quando vidi un signore alzarsi e venire verso il nostro tavolo.E quando fu vicino diede una bella paccata sulle spalle al nostro amico inglese.My god,mi dissi,ma chi è questo burino ? Scoprimmo subito l'arcano : era un collega  del nostro amico Ian Hutchins.
Quest'ultimo è un professore di fisica presso 'l 'università di Cambridge e l'altro,tale Robin, un prof di chimica .Ma era mai possibile che due colleghi inglesi si trovassero a  Roma nello stesso giorno nelle stesso ristorante alla stessa ora !? Questo era un'altro bel caso del destino,se non  sbaglio ! Robin e sua moglie si accomodarono al nostro tavolo e per onorare l'incontro ci ubriacammo o quasi con un degno Ferrari. Il giorno dopo ce la prendemmo con calma : Piazza di Spagna ,Via Condotti con sosta obbligatoria al Caffè Greco dove ci strafogammo di cioccolato con la panna,di pastine e torroncini ,via Borgognona,Via Frattina,dove finalmente ci lustrammo gli occhi con le vetrine dei negozi addobbati a Natale.(io comprai un berrettocappello con una rosa in parte e la mia amica Jennj un portafoglio a pois) E quindi lunga scarpinata per raggiungere il quartiere di Transtevere.Ci arrivammo che erano le cinque e quindi non-visita alla chiesa di S.Maria perchè era già chiusa.Dovevamo cenare e io per fare la grande,proposi di andare "Al rugantino",ristorante famoso frequentato dalla gente del cinema durante la Dolce Vita.Ebbene mangiammo da schifo,anzi da schifissimo, e poi capimmo il perchè: scorgemmo in cucina un cuoco pakistano !
Il mattino dopo,saliti nella terrazza coperta (da vetri)dove si faceva colazione,notammo subito sopra i nostri tovaglioli delle buste arancioni. Che fosse il conto del soggiorno? Le aprimmo: dentro c'era un cartoncino : .il biglietto d'entrata per l'udienza al Papa,regalo per noi da parte di Suor Ganlaura.Avevamo mezzora di tempo per raggiungere la Sala delle Udienze Paolo VI,ma non era molto lontana,bastava attraversare piazza san Pietro e infilarsi nel vicoletto a sinistra,percorso copribile in un quarto d'ora.Mollammo lì thè,caffelatte,fette imburrate e come le schegge raggiungemmo il posto.Non sto qui a raccontare i canti eseguiti da un gruppo argentino,da un gruppo statunitense,da un gruppo messicano,da un gruppo unghesere e infine da un gruppo tedesco,il più gradito al papa penso, visto che Sua Eminenza era Joseph Ratzingher.Il discorso che tenne in italiano a dir la verità fu un pò noioso-era incentrato sul pensiero di un filosofo francese-ma noi eravamo contenti,.Stavamo seduti pur davanti a un papa ! E ci beccammo anche una sacra benedizione ! Nell'uscita ci fu una certa ressa:così noi ci mettemmo tranquilli per dare spazio a chi aveva fretta..E chi vidi passare davanti a me ? Una ventina di persone di Riva del Garda che erano venute a Roma per l'udienza del papa ! Che fosse un'altro caso del destino ?...no,questo forse era un pò.banale...

PS : questa è una storia vera..